La possibilità si restaurare esteticamente un dente non vitale, attraverso metodiche conservative che, utilizzando compositi chimici potessero lasciare intatta la sostanza dentale residua, e ne restituissero a pieno le tre componenti del colore, è stata perseguita fin dal 1850 quando Dwinelle, consigliava per lo sbiancamento dei denti devitalizzati l'uso di cloruro di calcio, impiegato nella sbianca dei tessuti e della pasta di legno.
In seguito furono testate varie sostanze come l'acido ossalico, usato nella sbianca di fibre vegetali nella concia e sbianca delle pelli, composti a base di cloro ecc. Anche l'impiego di perossido d'idrogeno al 30% utilizzato per lo sbiancamento dentale, è antico nella sua prima descrizione d'utilizzo.
E' necessario arrivare al 1938 quando Salvas pubblica una procedura ritenuta ancora oggi da molti Autori la più affidabile tecnica di sbiancamento dentale denominata walking bleach.
Essa consisteva nel porre una pasta ossidante, formata da una miscela di perborato di sodio e acqua distillata nella camera pulpare che era sigillata temporaneamente per alcuni giorni, con del cemento provvisorio. La miscela poteva essere sostituita dopo 3 - 7 giorni, ripetendo la procedura fino al raggiungimento di un risultato estetico accettabile. Questa stessa modifica venne più tardi riconsiderata da Spasser nel 1961, applicando sostanzialmente gli stessi concetti e la stesa miscela.
Nutting & Poe aggiunsero al perborato di sodio il perossido d'idrogeno al 30- 35%, le due sostanze agendo sinergicamente, ed entrambe rilasciando ossigeno, avrebbero dovuto rendere lo sbiancamento più rapido ed efficace.
Nel corso degli anni vari Autori utilizzando questo tipo di tecnica ne hanno modificato l'associazione fra i componenti (perborato miscelato con acqua o con perossido d'idrogeno), la percentuale di perossido d'idrogenoimpiegato, il tipo di perborato adoperato.
Vedremo in seguito come queste diverse combinazioni, possono influenzare sia i risultati clinici che gli effetti collaterali.
L'osservazione che il perossido di carbammide poteva indurre lo sbiancamento dei denti vitali, fu occasionalmente compiuta da un ortodontista nel 1960.
Prescrivendo l'uso di in antisettico che conteneva perossido di carbammide al 10%, utilizzato con una mascherina per la cura di una gengivite, ne evidenziò le proprietà sbiancanti.
Soltanto 20 anni più tardi, come già ricordato, Haywood e Heymann ne descrissero con dettaglio il protocollo operativo e la tecnica fu interamente pubblicata.
Una variante operativa della walking bleach è stata proposta da alcuni Autori che istruendo il paziente a sostituire a intervalli regolari la sostanza sbiancante, hanno ridotto il numero di appuntamenti da effettuarsi nello studio odontoiatrico ottenendo allo stesso tempo, apprezzabili risultati clinici.
Questa tecnica prevede l'uso di una mascherina, realizzata su un modello dell'arcata del paziente. Non esiste una forma caratteristica della mascherina che può essere modellata secondo il tipo e la localizzazione della discromia del dente da trattare, la viscosità dell'agente sbiancante, materiali più viscosi necessitano di un serbatoio che permetta il completo posizionamento della mascherina.
Le mascherine possono essere utilizzate con o senza parete linguale o vestibolare, nel caso in cui si desideri ad esempio coprire l'accesso linguale o eseguendo una finestra vestibolare, escludere un dente dal trattamento di sbiancamento. Sul dente da trattare si esegue un accesso endodontico ed è rimossa la porzione più coronale dell'otturazione canalare, sigillandola con del cemento vetroionomerico, la camera pulpare è lasciata aperta.
Il paziente è istituito a iniettare con una siringa il perossido di carbammide al 10% all'interno della camera pulpare e nella mascherina, che è indossata durante la notte. Ogni mattina, dopo aver tolto la mascherina, egli deterge la camera pulpare con un'irrigazione d'acqua , per mezzo di una siringa, e vi pone una pellet di cotone. Il paziente è educato, infine, a monitorare il progresso giornaliero dello sbiancamento e a tornare in studio quando il colore del dente si avvicina a quello dei denti adiacenti.
Carrello e Coll, propongono la stessa tecnica, estendendo però il trattamento simultaneamente, in casi selezionati, anche agli altri denti vitali, che necessitano di trattamento, attraverso l'uso di una mascherina riempita del medesimo gel di perossido di carbammide.
In questo caso il dente non vitale può essere sbiancato insieme agli altri denti, attraverso varie applicazioni, sia internamente che esternamente. C'è in ogni caso da osservare che durante tutto il periodo di trattamento con queste metodiche, la camera pulpare non è sigillata.
Questo può condurre sia ad una ricontaminazione batterica, attraverso l'endodonto, dei tessuti periapicali, sia ad un'infiltrazione dei tubuli dentinali da parte dei pigmenti colorati provenienti dall'esterno.
Per questi motivi, da alcuni Autori è affermato che il risparmio del numero di sedute, praticate nello studio, non compensa le eventuali conseguenze biologiche sfavorevoli.
E' stato proposto da alcune aziende produttrici, di utilizzare la sostanza sbiancante ponendola, dopo aver isolato il dente con la diga di gomma, sia intracoronalmente sia esternamente sullo smalto.
E' possibile impiegare sia perossido d'idrogeno, sia perossido di carbammide in formulazione gel. In questo caso il trattamento può essere ripetuto, ad intervalli di una settimana, fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente.
Una miscela ottenuta dalla mescolanza di perossido di carbammide al 10% e perborato di sodio è stata applicata, all'interno della camera pulpare , temporaneamente al termine di una classica walking bleach a base di perossido d'idrogeno e perborato di sodio.
Gli Autori rivendicano che questa procedura può indurre una maggiore stabilità cromatica, nel lungo periodo, dei denti sottoposti a sbiancamento.